Il ponte romano di Pavia
Le grandi pianure dellโItalia settentrionale, che gli antichi immaginavano come un triangolo (la base era la costa del mare Adriatico, i lati le catene degli Appennini e delle Alpi) avevano lโaspetto di un grande mantello intessuto dai corsi dei fiumi. Presso la confluenza del Ticino nel Po sorgeva Pavia su un rilievo irregolare del terrazzo sinistro del Ticino. A segno del le- game essenziale la cittร prese nome dal fiume (Ticinum da Ticinus). Fu fondata nel I secolo a. C. (dagli anni attorno allโ89 alla fase finale del secolo). Offre ancora oggi splendido esempio del piano originario della cittร romana, mirabilmente evidente dal cielo, a forma di rettangolo con misure attorno ai 500 per 800 metri di lato, basato sulla ripetizione di moduli quadrati, isolati (insulae) di 80 metri circa di lato. Dunque Pavia, se considerata entro i limiti murari, era un centro medio-piccolo, in realtร , per la posizione strategica in riferimento alle acque e alle strade, era inserito naturalmente in un orizzonte geografico di straordinaria ampiezza e importanza. Sul piano delle acque fu riconosciuta fluviorum domina, โsignora dei fiumiโ, dal Merula e da Bernardo Sacco nel 1500: quasi centrale nella valle del Po, in etร romana fungeva da stazione ultima di arrivo e stazione prima di partenza nella navigazione fluviale da e per il mare Adriatico- allora importante e diffusa, negletta invece oggi-. Sul piano delle strade, per Pavia passavano grandi vie, che connettevano lโItalia con lโEuropa e col mondo allora conosciuto: dallโOceano Atlantico, da Cadice e da Bordeaux, attraverso il passo del Monginevro, a Roma e a Gerusalemme; da Milano, diventata sede imperiale, attraverso il Monginevro alla valle del Rodano, alla Francia e alla Spagna; attraverso il Piccolo e Grande san Bernardo alla Francia, alle valli del Rodano e del Reno, al mare del Nord; dal Tirreno attraverso il Maloja e lo Spluga al- la valle del Reno, alla Svizzera, alla Germania e allo stretto della Manica. Questo significato mostra di avere compreso appieno Augusto. Nel 9 a. C. in un autunno freddissimo lโimperatore con la moglie Livia venne a Pavia per incontrare i figli Tiberio e Druso, reduci da campagne di guerra vittoriose. Il primo vincitore sul fronte della Pannonia e della Dalmazia, il secondo in Germania, sul Reno. A Pavia lโattesa durรฒ piรน del previsto: Tiberio tornรฒ per il trionfo, Druso fu ricondotto cadavere dai castra scelerata, โaccampamenti maledettiโ, a seguito di una caduta da cavallo. Da Pavia il corteo funebre con lโimperatore e lโesercito mosse per Roma., dove Druso ebbe sepoltura con grandi onori.
Le vie varcavano il Ticino su un ponte: per collegare le due rive del fiume ebbe Pavia ebbe nella sua storia 3 ponti. Se muoviamo a ritroso nel tempo da oggi, per semplicitร e coerenza di espressione, possiamo chiamare โattualeโ quello costruito nel 1949-50, medioevale quello eretto nel 1351-54, romano quello originario (della fine del I secolo a. C.). Sul ponte romano non disponiamo di testimonianze coeve. Di un ponte fortificato costruito dagli antichi Romani parla precisamente Procopio, De bello gotico II, 25. Ricorrono nei diplomi medioevali attestazioni sul ponte romano, prevalentemente riferite a interventi per lavori di ristrutturazione di parti (cosรฌ per gli anni 850, 860, 862, 932). Informazioni invero frammentarie. Ma, per merito dello storico locale Opicino de Canistris, nel mirabile scritto Liber de laudibus civitatis ticinensis, pubblicato a Avignone nel settembre 1330, la cittร di Pavia pare uscire finalmente dal silenzio e dalle nebbie della tradizione locale medioevale e proporsi nella compagine urbana con nitidezza di immagini. Opicino ricorda precisamente il ponte: โ Est autem Ticinus post Pa- dum quartus de maximis fluviis illarum partium: supra quem est sicut diximus pons per dimidium fere stadium longus, quasi dimidius coopertus, habens hinc inde muros et fenestras, et a parte suburbii portam cum valvis , supra quam est ecclesia sancti Saturnini. Habet etiam hic pons pilas saxis et lapidibus factas et in aliqua parte lapideos arcus fundatos saxis in aqua. Ha- bet ipsa civitas aliquando pontem alium ligneum totum, a parte inferiore fluminis, habentem portam magnam cum valvis in ingressu urbis, unde et hic Novus et ille Vetus pons dicitur. โ โ Il Ticino, dopo il Po รจ il quarto dei fiumi piรน grandi di quelle regioni: sopra sta un ponte lungo mezzo stadio, coperto quasi per metร , ed ha da una parte e dallโaltra muri e aperture e verso il sobborgo una porta a battenti, sulla quale sta la chiesa di san Saturnino. Questo ponte insiste su piloni fatti con massi e pietre e presenta arcate per parte in pietra, che poggiano su pietre nellโacqua. Pavia possiede talora un altro ponte interamente in legno, piรน, a valle, che ha una grande porta a battenti per chi entra in cittร . Per cui questo รจ chiamato Ponte Nuovo, quello Ponte Vecchioโ. Nel 1330 Pavia dunque disponeva di una duplice connessione fra le rive della cittร e dei sobborghi: lโuna fortificato, in pietra e mattoni, lโaltra, non permanente, in legno. La testimonianza รจ di straordinaria importanza in sรฉ e si colloca di circa 20 anni prima della demolizione del ponte romano e della costruzione del ponte medioevale (1351-54) a opera degli architetti Jacopo da Cozzo e Giovanni da Ferrera. Allo stesso Opicino dobbiamo una seconda eccezionale testimonianza. Egli disegnรฒ in Avignone dal 1330 al 1340 diverse mappe di Pavia di singolare precisione (Codice Vaticano Latino 6435, 84r, v, 85r). Il foglio 84v si impone perchรฉ presenta graficamente sulla base di un disegno del Mediterraneo con esattezza di valori lo schema della cittร e il corso del fiume Ticino superato dai due ponti, indicati a doppio tratto. Il destino del ponte romano si compiva dopo piรน di 1350 anni di funzione e iniziava il suo esercizio il ponte medievale. Questo, raffigurato non infrequentemente in disegni, affreschi e stampe, spesso indulgenti al pittoresco, conobbe dalla seconda metร del 1800, attraverso documenti fotografici, una migliore fortuna conoscitiva. Colpito dalle bombe nel settembre 1944, ne fu decisa la distruzione dagli uomini. Non durรฒ neppure 600 anni (meno della metร del ponte romano). Di poco piรน a valle fu eretto il ponte attuale, copia infedele del ponte medioevale, destinato tuttavia a diventare nota caratteristica essenziale nel paesaggio di Pavia.
Dalla demolizione del 1351 sul ponte romano cadde il silenzio lungo del tempo. La sua riscoperta primamente dipese da fasi di magra del regime idrico del Ticino. Durante una forte magra della corrente (1893-94) il giovane archeologo Taramelli potรฉ osservare e rilevare scientificamente, quasi al centro del fiume, a un metro e mezzo sotto il livello di superficie delle acque, le tracce di un poderoso manufatto appartenente al ponte romano (Avanzi di un antico ponte romano presso la cittร , in NSA 1894, p. 73 ss.). Poi nuovamente silenzio e disinteresse. Certamente con le operazioni di demolizione del ponte medioevale si presentรฒ una occasione unica per considerare il rapporto fra il ponte medioevale e il romano. Ma non fu colta, come altre fondamentali occasioni sulle antichitร di Pavia, perdute nelle zone buie della cultura. Era questo il momento per porre domande e avere risposte. Piรน tardi sul ponte romano scrisse pagine di riflessione intelligente nel 1965 Arturo Stenico, I resti del pilone del ponte romano sul Ticino a Pavia, in Pavia Economica, 1965, p. 38 ss.; nel 1974 fu sul ponte medioevale pubbli- cato un volume dagli architetti Paolo Calvi e Alberto Arecchi, Il ponte coperto sul Ticino; poi scrisse Pierluigi Tozzi, Il ponte romano di Pavia, in Annali Benacensi 1981. Nel 1973 furono ese- guiti rilievi a cura della Sezione sperimentale di Archeologia Subacquea di Pavia, depositati presso il Museo Civico del Castello Visconteo.
Ma la condizione naturale provocata dal succedersi e ripetersi di numerose magre del fiume ripropose con forza al centro della osservazione i resti del ponte romano. Ebbi modo di os- servare nel tempo e di fissare fotograficamente, dalla fine degli anni โ70 alla metร degli anni โ90, due grandi composizioni del ponte originario, e collocherei in quegli anni un primo mo- mento conoscitivo. Le immagini riferibili agli anni โ80 parlano da sole. Si imponevano allโattenzione due ruderi significativi. Per una definizione identificativa di comodo, li chiamerei, per la ruderi โdel pilone centraleโ e โdel pilone prossimo alla riva sinistraโ (quella della cittร ). Il primo si presentava con una sagoma ben definita e distintiva della sua natura: sporgeva dallโalveo su tre filari di grandi blocchi in pietra squadrati e terminanti a monte con un possente sperone triangolare. Lโunico blocco intero superstite misura in larghezza 225 cm circa ed รจ utilmente indicativo della larghezza media della pila. Il filare superiore presentava blocchi, trasversali e orizzontali, connessi fra loro da incavi profondi per le grappe metalliche e fissati ai blocchi del filare inferiore da perni in ferro, affogati โentro piomboโ, che ne garantivano stabilitร e compattezza sia orizzontalmente che verticalmente. Il secondo รจ affiorato presso la riva. Nitido nella sua composizione strutturale: presentava a monte un unico blocco a foggia di sperone triangolare, seguito da una successione di blocchi allungati in senso trasversale. Evidenti gli incavi per le grappe e i perni. Ne presi precisamente e pubblicai le misure. Allโaltezza del sesto blocco la larghezza della pila era valutabile in 285 cm, allโaltezza del secondo in 289.
I due ruderi rivelano dati fondamentali. 1. Le due pile avevano diversa grandezza. 2. Il materiale (definito saxa in Opicino) allโesame microscopico si presenta come trachite dei colli Eu- ganei (dellโarea di Monselice), pietra di estrema durezza, adatta a manufatti di grande usura (presente a Pavia anche nella lastricatura delle principali vie, accanto alla meno resistente pie- tra proveniente dal monte Antola). Arrivava a Pavia per via fluviale (Po e Ticino). 3. Gli speroni triangolari, che puntano precisamente a Ovestnordovest, per affrontare e fendere lโimpeto della corrente, per la loro stessa positura e inclinazione indicano il fenomeno della marcata variazione della direzione della corrente nei pressi della cittร (una prima indicazione grafica troviamo in Opicino, Codive Vaticano Latino 6435, f, 84v). 4. Altri ruderi e numerose aggregazioni di pietre si sono presentati col tempo nellโalveo, disordinatamente. Sono di assai difficile attribuzione, anche se inducono a pensare che appartengano prevalentemente a resti del ponte medioevale. 5. Certamente i ruderi suggeriscono problemi su cui รจ piรน facile riflettere che non decidere. Muoviamo dal motivo delle arcate. Queste nel ponte attuale sono 5. Sappiamo che le arcate del ponte medioevale, prima della costruzione dei bastioni cinquecenteschi, che le ridussero a 7, erano 10, e che queste 10 avevano luci, piloni e basi di differenti grandezze. Sul ponte romano noi conosciamo con certezza soltanto le basi di due piloni: identiche nel materiale e nel tipo di struttura, differivano per ampiezza e grandezza. Quante precisamente fossero le arcate noi non sappiamo, ma dovevano essere numerose: ragionevolmente piรน vicine nel numero al ponte medioevale (10) che non al ponte attuale (5). E le basi non raggiungevano o raggiungevano a fatica la grandezza e lโampiezza di quelle del ponte medioevale. A questo punto occorre tenere presente una duplice considerazione: di ordine generale e di ordine particolare. Il ponte medioevale pare costruito sul sito e sullโasse di quello romano. Forse, al- meno in parte, sulle strutture di quello romano. Per quello che oggi sappiano ne differiva per la positura dei ruderi delle due basi note: per il resto nulla sappiamo. Lโoccasione conoscitiva fondamentale cadde al momento della demolizione del ponte medioevale per la costruzione del nuovo ponte: essenziale per conoscere se e quante e quali pile del ponte medioevale eventualmente poggiassero sulle basi stesse del ponte romano. Ed ecco la considerazione particolare: Pavia รจ poverissima di pietre: la sua storia urbanistica รจ vistosamente connessa a reimpieghi di precedenti strutture importanti (anche sul piano strettamente artistico). La cittร nello sviluppo si รจ nutrita di sรฉ stessa. E tante lastre e pietre di etร romana figuravano palesemente nella realtร e nei documenti fotografici nelle parti inferiori del ponte medioevale (segnalate giร per le caratteristiche lapidee da Opicino nel 1330), ma non portarono a porre problemi evidentemente conseguenti sui piani riflessivo e operativo.
Siamo al secondo momento conoscitivo. Eโ il luglio del 2016. In occasione della mostra Sul paesaggio pavese, allora in preparazione presso la Biblioteca Universitaria di Pavia, cui seguรฌ il volume Le Terre dei Padri, promosso da Fedegari Group, invitai il valente fotografo Fiorenzo Cantalupi a cogliere e fissare la condizione degli antichi ruderi. Anche qui le immagini parlano da sole. Ne emerge un confronto crudo e impietoso: se nel 1980 i resti delle basi dei piloni romani mantenevano forma e dignitร del ponte, cui appartenevano, nel 2016 dominavano devastazione e disgregazione, che alterano il significato stesso di questi resti monumentali. Il tutto era accaduto in poco meno di 40 anni a opera delle acque e a opera degli uomini, in una perversa e solidale combinazione. Ci troviamo ora di fronte a ammassi di pietre, sulla cui presenza e natura molti a ragione si interrogano. La conclusione รจ triste. Certamente la corrente fa il suo mestiere, che รจ quello di urtare, spingere. frangere e travolgere quanto incontra a ostacolo del suo libero fluire; altro รจ il discorso sugli uomini, soprattutto su quanti hanno il compito di tutelare i beni pubblici, artistici e monumentali della cittร in funzione della comunitร che rappresentano. E il ponte romano di Pavia รจ monumento, il piรน antico in situ a Pavia, in quanto risale alla fase di compimento della cittร , nellโetร di Augusto. Augusto amava la cittร di Pavia e ne era riamato, come mostrano i resti della antica porta orientale di Ticinum, dedicata alla domus imperiale. Certamente noi siamo portati a condannare la brutalitร dellโIsis, che distrugge deliberatamente i monumenti del passato. Certamente corre differenza nella colpa fra decidere la morte dei monumenti per ideologia politica e assecondarne la morte per ignoranza, indifferenza e negligenza. Ma certamente il risultato ultimo รจ il medesimo: la morte. La fortuna e la sfortuna di una cittร si misura non solo sulla guerra e sulla pace, sulla ricchezza e sulla povertร , sul numero grande e piccolo dei cittadini, ma anche sulla cultura. La conoscenza, il rispetto e la tutela delle proprie origini e dei resti monumentali del Passato, incorporati nel Presente, conferiscono dignitร alla cittร .

























